martedì 17 luglio 2018

Niente di speciale

Non erano niente di speciale quei due: un uomo ed una donna, come se ne vedono tanti in giro. Lui, né alto e né basso, capelli medio-lunghi scuri, occhi castani, fisico magro e per niente muscoloso, naso pronunciato e bocca abbastanza grande. Lei, poco più bassa di lui, capelli lunghi e rossi, occhi verdi smeraldo, un bel sorriso, fisico nella norma. Entrambi con un lavoro umile: lei una cassiera in un supermercato, lui dipendente alle poste. Entrambi hanno a che fare ogni giorno con tante persone diverse. Entrambi, hanno sempre storie tragicomiche da raccontare, accumulando livelli di stress non indifferenti. Eppure, quando li guardavi, vedevi la felicità nei loro occhi e nei loro sorrisi. Non potevano stare molto tempo insieme durante il giorno e c'erano giorni in cui avevano anche altri impegni personali che li tenevano separati. Ma loro si amano ed anche se non possono essere sempre insieme, questo non importa: sanno che possono sempre contare e fidarsi l'uno dell'altra.

Non erano niente di speciale, quei due, eppure stavano benissimo insieme. Baci, abbracci, carezze, tenere parole e semplici gesti per essere felici, senza togliere uscite di gruppo o separati.

Non erano niente di speciale, eppure si piacevano. Si piacevano davvero tanto. Senza screditare o disdegnare gli altri, in loro c'era un'attrazione unica, che non poteva funzionare con nessun altro. Facevano l'amore quei due. Tanto. Spesso. Era uno dei tanti modi per dirsi "Ti amo, voglio stare con te". Entrambi si sentivano desiderati.

Ma il momento più bello era la sera, quando entrambi rientravano a casa. Malgrado la giornata infernale passata, malgrado tutti i problemi che la vita potesse appioppargli, una volta messo piede a casa erano di nuovo felici, loro due soltanto. Era il momento ideale per parlarsi, per raccontarsi la propria giornata, per supportarsi e capire gli eventuali sbagli commessi.

Arriva poi il momento di andare a dormire. Stanchi e stremati, si mettono a letto e cominciano a coccolarsi. Perché, malgrado la stanchezza, loro si amano. Dopo aver fatto l'amore, è tempo di dormire... salvo poi svegliarsi nel cuore della notte e, desiderosi di dare e ricevere amore, svegliare l'altro, felice di venire desiderato a tal punto nonostante la stanchezza e la nuova giornata lavorativa che li aspetta. Ma loro sono felici così. Felici di desiderarsi. Felici di amarsi.

La mattina seguente, dopo una notte praticamente passata in bianco, fanno fatica ad alzarsi. Gli occhi stanchi, gli sbadigli, la difficoltà ad arrivare in cucina per fare colazione. E le risate nel vedersi in quello stato, la gioia nel fare colazione insieme e parlare, ridere, scherzare, baciarsi ed accarezzarsi.

Un ultimo, lungo bacio prima di separarsi per andare a lavoro. Un normalissimo "Buona giornata amore", da essere inteso come un "Ti amo, ci vediamo questa sera!". Ed un'altra altrettanta normale risposta: "Ti chiamo in pausa pranzo". Una semplice bugia, visto che si sarebbero scritti in ogni momento morto, il prima possibile.

Insomma, come ho detto... niente di speciale.

Semplicemente, una coppia che si ama.

domenica 22 ottobre 2017

Il pianoforte e la batteria

Il pianoforte: uno strumento elegante e delicato, in grado di generare delle melodie belle ed armoniose se lo si sa suonare, oppure creare disastri cacofonici intollerabili nelle mani sbagliate.

La batteria, d'altro canto, è uno strumento che genera rumore da chiunque lo utilizzi. C'è però rumore e rumore: ci sono quei rumori che accompagnano gli altri strumenti, dando valore alla melodia suonata oppure quei rumori che sovrastano tutto e tutti, rovinando completamente la melodia.

Questi due strumenti, il pianoforte e la batteria, insieme non sembrano andare d'amore e d'accordo... eppure esistono un pianoforte ed una batteria che ci stanno provando. Lui, estremamente delicato, per anni ha suonato una sua personale melodia, abbellita saltuariamente da strumenti diversi di volta in volta (bassi, chitarre elettriche, flauti, violini, ecc. ecc.). Lei, rumorosa ed invasiva, suona sempre al massimo della sua forza, cercando di sovrastare gli altri per farsi sentire, per nascondere le sue paure e le sue insicurezze. Insieme quei due erano una strana coppia: lui cerca di andarle dietro, ma il ritmo della batteria è troppo forte, talmente forte da farlo perdere ed andare fuori strada. Ma lui non si scoraggia e torna a suonare, più forte e con più enfasi. Ma ci sono delle volte in cui non ce la fa proprio e perde quindi di intensità e di volume, finendo quasi per non suonare più. La batteria allora capisce che deve rallentare e calare di intensità i suoi colpi, la sua melodia. Entrambi sanno che devono incastrarsi tra loro, che devono, ognuno col proprio passo, dare il meglio per permettere all'altro di esprimersi al meglio. Il pianoforte sa che può trarre vantaggio dal ritmo generato dalla batteria, mentre quest'ultima sa che può migliorare i suoi colpi seguendo la melodia del pianoforte.

Due strumenti così diversi, due melodie così in contrasto, ma che riescono a creare una nuova, fantastica melodia. Una gioia per gli occhi e per le orecchie, per quei pochi che riescono ad ascoltarla.

Non devono perdere la speranza, né l'affiatamento. Non devono perdere di vista l'obiettivo né l'impegno. Devono suonare, per se stessi e, soprattutto, per loro.

Perché possono fare grandi cose, un pianoforte ed una batteria insieme...

mercoledì 13 settembre 2017

Insegnami

Insegnami il tuo modo di essere.

Insegnami ad amare la natura, a diventare un tutt’uno con essa, ad emozionarmi e meravigliarmi per la vista di un bel paesaggio o di un singolo e minuscolo fiore.

Insegnarmi l’arte e le sue mille sfaccettature. A riconoscerne i diversi stili, le diverse scuole di pensiero, i grandi maestri. E portami, mano nella mano, in un tour pieno di emozioni.

Insegnami ad essere forte, come te. A sorridere sempre, come te. A non demordere mai, anche nella situazione più ostica... come te.

Insegnami ad essere gentile e ad amare la vita. Fammi capire che il mondo è un posto migliore... ma io l’ho già capito, grazie a te.

Insegnami questo e tante altre cose. Insegnami ad essere una persona migliore.

E, per tutto questo, anche io ti insegnerò qualcosa: ad essere amata.

Ti insegnerò quell’amore che meriti.

sabato 15 aprile 2017

La cometa

«Oggi è il gran giorno!» disse l'uomo dalla sommità del suo minuscolo pianeta. Gerald era un anziano signore distinto, con un elegante completo nero, camicia rigorosamente bianca, cilindro e papillon. Aveva due bei baffi bianchi con cui giocava spesso quando era nervoso od impaziente, due occhi castani, quasi spenti, che lasciavano trasparire tutto il dolore provato nella sua vita, ma che, un solo giorno all'anno, si riempivano di speranza. La speranza di rivederla.
Gerald tirò fuori dalla tasca della giacca un orologio d'oro. Segnava le dieci in punto di mattina. Rimise l'orologio nella tasca e posò una mano sul suo bastone di legno.

«Tra poco sarà qui e potrò rivederla!»

L'uomo era visibilmente eccitato. La mano poggiata sul bastone tremava, mentre con l'altra si accarezzava i suoi folti baffi. Guardava in un punto non definito, verso l'orizzonte, nello spazio profondo. Il suo pianeta era molto piccolo e pieno di sassi. Era così piccolo che l'uomo non poteva nemmeno costruirsi una casa. Era così piccolo che all'uomo bastavano 10 passi per girarlo tutto. E su quel pianeta, l'uomo era solo. Nelle vicinanze non vi erano altri pianeti, solamente una stella che dava costantemente luce. Non si sapeva né come né quando quell'uomo fosse giunto su quel pianeta, ma erano oramai diversi anni che viveva lì serenamente. Almeno fino al giorno del misfatto.

Gerald era lì, intento a fissare l'orizzonte. Nella sua mente affioravano i ricordi...

Anni fa Gerald, in mezzo a tutti i sassi del suo pianeta, ne trovò uno particolare: non era più bello degli altri, non risplendeva più degli altri se colpito dalla luce, non profumava, non aveva un buon sapore... era un semplice sasso. Però l'uomo ci si affezionò e cominciò a portarlo sempre con se. Passava le ore ad osservarlo, a parlare con lui. Gli aveva dato anche un nome: Luna. "Guarda Luna, quella è la nostra stella che ci da la luce, necessaria per vivere. Senza di essa, vivremo nell'oscurità più totale... e non è bello vivere al buio, non trovi?". Passava così le giornate Gerald, in compagnia di Luna e dei suoi sassi. Quello era il suo piccolo mondo: un mondo solitario ma, tutto sommato, felice. Finché un giorno, passò accanto al suo pianeta una cometa. Gerald la vide e ne rimase estasiato. Guardò Luna e cominciò a provare un senso di invidia. "Perché non sei anche tu come quell'enorme sasso infuocato che è appena passato?". Da quel giorno tutto cambiò: Gerald divenne nervoso, frustrato ed affranto: voleva di più dalla sua Luna. Passava le giornate a passeggiare, ad accarezzarsi i baffi, a scrutare l'orizzonte con la speranza di rivedere un'altra di quelle comete. Finché un giorno, fece ciò che non avrebbe mai voluto fare.

"Se non puoi darmi ciò che chiedo, è meglio che le nostre strade si separino!" disse adirato fissando Luna con occhi pieni di tristezza. E, in uno scatto d'ira, lanciò la pietra lontano. La lanciò così forte che la pietra vinse la forza di gravità del pianetino e finì nello spazio aperto, avanzando senza sosta.

Gerald era incredulo. Si rese subito conto dello sbaglio che avesse fatto... ma fu troppo tardi, non poté rimediare in alcun modo. Continuò ad osservare il punto in cui Luna si diresse, forse con la speranza di vederla tornare indietro, ma così non fu. Da quel giorno Gerald cambiò ulteriormente, questa volta diventando taciturno e triste. Passava le giornate a piangere e fissare lo spazio aperto, nella speranza di rivedere la sua Luna.

Un bel giorno però, accadde l'inaspettato: un'altra cometa, diversa dalla precedente, passò accanto al suo pianeta. Era più piccola dell'altra e a Gerald sembrò familiare.

"Luna! Sei proprio tu?.... Certo che sei tu! Sei tornata da me!" urlò Gerald pieno di gioia. Ma la cometa non si fermò e proseguì la sua corsa. L'uomo prese l'orologio dalla tasca e vide l'ora. "Le dieci e trenta del mattino... segnato!". Si segnò l'ora ed il giorno di quella fantastica comparsa e fece bene, visto che l'anno dopo si ripresentò nello stesso giorno alla stessa identica ora. L'uomo non smise però di maledirsi per ciò che avesse fatto e pensò ad un modo per rimediare, senza nessun risultato. Non poteva cambiare il passato e, per quanto si sforzasse, nemmeno il presente. Doveva accettare le conseguenze della sua folle scelta ed andare avanti. Ma rimase comunque con la speranza che, almeno una volta all'anno, potesse rivederla, anche se per pochi secondi. In quell'occasione poteva dirle ciò che sentiva veramente: poteva chiederle scusa, dirle che non avrebbe mai voluto rovinare tutto per il suo egoismo. Dirle che quelli passati insieme a lei, erano giorni felici e che vorrebbe tornassero.

«Questa volta le dirò cosa provo. Le dirò tutto!». I pensieri dell'uomo svanirono e si concentrò sul presente e su quello che tra poco avrebbe fatto. Passarono i minuti, ma di Luna non vi era ancora nessuna traccia. I minuti divennero ore ed ancora nessun avvistamento. L'uomo, in preda allo sconforto, cadde sulle ginocchia, aggrappandosi al bastone con entrambe le mani. Durante la caduta, l'orologio scivolò via dal taschino. Segnava sempre le dieci del mattino, benché fossero passate diverse ore da allora. L'orologio era fermo. Da quanto tempo? Era davvero il giorno fatidico quello? Che ore erano? Gerald non lo sapeva. Ormai non aveva alcun punto di riferimento, ma ciò non gli fece perdere la speranza. Sapeva che prima o poi l'avrebbe rivista. Sapeva che prima o poi le cose si sarebbero sistemate, che quei giorni felici sarebbero tornati. Doveva solo attendere il momento opportuno. Senza fretta.
D'altronde, aveva tutto il tempo del mondo visto che il tempo stesso era fermo... in una magica illusione, piena di speranza.

giovedì 6 aprile 2017

Guardo e Sorrido

È come se vedessi il mondo per la prima volta:

Guardo il cielo limpido... e sorrido.

Guardo la terra sconfinata... e sorrido.

Guardo gli alberi crescere rigogliosi... e sorrido.

Guardo i fiori sbocciare... e sorrido.

Guardo gli uccelli che volano liberi... e sorrido.

Guardo il sole che splende radioso... e sorrido.

Guardo la pioggia scrosciante... e sorrido.

Guardo un concerto di musica dal vivo... e sorrido.

Guardo i pesci che nuotano fieri nel fiume... e sorrido.

Guardo la neve candida sulla cima delle montagne... e sorrido.

Guardo le foglie che cambiano colore in autunno... e sorrido.

Guardo la gente sorridere... e sorrido a mia volta.

Ed infine, guardo te. Mi specchio nei tuoi occhi, mi irradio del tuo sorriso e mi entusiasmo per la tua voce.

Guardo te... ed il mio cuore sorride.


La vita è meravigliosa, ora che fai parte del mio mondo

martedì 21 marzo 2017

Che il tempo riprenda a scorrere!

«Sono passati oramai cinque mesi. È giunto il momento... il tempo deve tornare a scorrere»

Quello strano uomo era di nuovo lì, in quel prato, davanti a quei due ragazzi. Intorno a loro c'erano ancora quelle strane creature, né uomini, né animali, bloccate in quell'applauso infinito.

"Destino" si fa chiamare, colui che decide le sorti delle persone. Colui che se prende una decisione, non vi è modo di cambiarla. Però c'è stato questo ragazzo che ha provato ad affrontarlo... per ben due volte. Il nome di questo ragazzo è Hero e, proprio come un eroe contemporaneo, si è buttato in questa impresa impossibile. La prima volta da solo, fallendo miseramente ed uscendone distrutto, sia nel corpo che, soprattutto, nello spirito. Da quel momento fu inghiottito in una profonda oscurità, così nera da impedirgli di guardare oltre il suo naso. Così nera, da impedirgli di muoversi. Provò ad addentrarsi, ma per ogni passo che faceva, sentiva di allontanarsi sempre di più dal suo obiettivo. Decise quindi di rimanere fermo, in attesa di una luce che potesse guidarlo. E questa luce, inaspettatamente, arrivò. Incredulo, Hero cominciò a seguirla. Era davvero una bellissima luce, come non ne vedeva ormai da tempo. Per lui quella luce era la più bella di tutte e significava molto per lui: tornare a far parte del mondo, tornare a percorrere la sua strada. Ma, purtroppo, il Destino aveva un altro piano: si interpose tra lui e quella luce. Del perché di quella scelta, nessuno può saperlo. Sembrava come se avesse un accanimento contro quel ragazzo. Hero, ovviamente, non si tirò indietro: per lui quella luce era troppo importante. Rappresentava la speranza per trovare finalmente quella felicità di cui era alla disperata ricerca da una vita.

L'uomo si guardò intorno. Il vento, i girasoli, gli uccelli, i presenti... tutto era completamente fermo. L'unico a potersi muovere e parlare era proprio lui. Con le mani in tasca passeggiava, con passo lento, intorno ai due ragazzi. Li fissava, con aria malinconica. Fissava quelle labbra così vicine. Il volto di Hero rigato da quelle lacrime di gioia ancora sospese sulle guance. Fissava Sogno e ciò che rappresentava. "Perdere la testa per una ragazza. Cosa avrà mai di speciale poi?" pensava tra sé e sé. Continuava il suo giro irrequieto, aumentando leggermente l'andatura. Improvvisamente si fermò. Era rivolto verso Sogno.

«Tu non avresti dovuto perdere. Ti ho donato poteri inimmaginabili, la tua vittoria era matematicamente certa... eppure ti sei fatta quasi sconfiggere da questo gruppetto di sbandati. Se non fossi intervenuto in tempo, la situazione sarebbe precipitata. Ma voi, esseri inferiori, questo non potrete mai capirlo. Avrei dovuto stroncare questa farsa sul nascere...». Prese un profondo respiro e poi proseguì: «... Invece ho voluto dargli una possibilità... e quel ragazzo è riuscito a stupirmi... quasi a battermi, grazie anche all'aiuto dei suoi amici. Non potevo non prendere in considerazione questo risultato... ecco perché ho fermato il tempo. In questi cinque mesi ho analizzato la situazione e tutte le possibile implicazioni. Alla fine ho preso una decisione... ma sono comunque titubante nel metterla in atto. Perché hai dovuto mettermi in questa scomoda posizione, Hero?»

L'uomo si massaggiò il mento. Aveva la fronte corrucciata ed uno sguardo severo.

«Ma è così che doveva andare... fin dall'inizio. Mi dispiace Hero...»

L'uomo allungò una mano in avanti, con le dita in posizione, pronte per essere schioccate.

«Soshite Toki wa Ugokidasu... Ed ora, che il tempo riprenda a scorrere!»

L'uomo schioccò le dita.

Hero riprese a muoversi. Si aspettava di assaporare il calore delle labbra della sua amata... ed invece, con profonda amarezza, si accorse di non percepire più la presenza di Sogno davanti a lui. Fece un passo avanti... un altro ed un altro ancora, ma non trovava più quelle labbra. Allora, con sommo timore, aprì lentamente gli occhi.

Buio.

Quello che gli si parò davanti, era solamente buio. Una distesa immensa e sterminata di buio pesto.

«N-no... non è possibile...». Hero era incredulo. Cominciò a singhiozzare e le lacrime presero a scendere più copiose. Non erano più lacrime di gioia, bensì di terrore e disperazione. «S-sogno... Sogno... SOGNO, DOVE SEI?» il ragazzo chiamava a gran voce quella creatura di nome Sogno, sparita anche lei nel nulla, insieme a tutto il resto.

«PERCHÉ SEI SPARITA? DOVE SEI FINITA? CI SIAMO BACIATI, NON È VERO? PER FAVORE, RISPONDIMI!!»

Il ragazzo era disperato. Piangeva, urlava, si girava e rigirava alla ricerca di quella creatura. Ma non vi era nessuno lì. Lo shock era talmente grande che si era dimenticato perfino dei suoi amici.

«Avresti dovuto rinunciare quando ne avevi l'occasione»

Hero si fermò. Conosceva fin troppo bene il suono di quella voce. Cominciò a tremare dalla rabbia. Lentamente si girò e vide quell'uomo a pochi passi da lui. L'istinto lo fece muovere: corse verso quell'uomo con fare minaccioso. Tentò di colpirlo con un pugno, ma questo lo trapassò completamente. Era come se fosse un fantasma.

«PERCHÉ MI FAI QUESTO!? DIMMELO!»

L'uomo non rispose. Si limitò a fissare Hero con uno sguardo duro, quasi volesse rimproverarlo.

«PERCHÉ MI GUARDI IN QUEL MODO? SONO IO CHE DOVREI ESSERE IN COLLERA CON TE... ED INFATTI LO SONO!!!»

Il ragazzo continuava a dare colpi, ma senza il benché minimo risultato.

«ERA L'UNICA COSA CHE DESIDERAVO... E TU ME L'HAI PORTATA VIA... DI NUOVO! Perché.... perché mi fai questo.... perché....»

Hero cadde sulle ginocchia, esausto. Il suo corpo trapassava proprio le gambe dell'uomo. Cominciò a sbattere i pugni a terra e a gridare. Un grido quasi disumano, che rappresentava tutta la sua disperazione.

L'uomo fece dei passi avanti e, con Hero alle sue spalle, disse: «Non era Destino»

Hero sgranò gli occhi. Aveva sentito fin troppe volte quella frase.

«Tu.... smettila di dire quella frase...»

«Mi dispiace Hero, ma è così» sentenziò l'uomo senza voltarsi.

«No... non voglio arrendermi... non questa volta...»

«Temo che sarai costretto»

«No.... non puoi decidere tu per me.... »

«L'ho appena fatto. E continuerò a farlo»

Ci fu un silenzio assordante, interrotto saltuariamente dai singhiozzi di Hero.

«È impossibile... impossibile.... impossibile....» disse il ragazzo mentre sbatteva i pugni a terra. Per la violenza dei colpi, le mani cominciarono a sanguinare. E, dopo una decina di colpi, due mani pelose fuoriuscirono dal terreno e fermarono quelle di Hero prima che colpissero nuovamente la terra.

«Ma... queste mani.... sei tu Toxic Anxiety?»

«Smettila di farti del male. Tu non hai colpe. Non puoi cambiare il corso degli eventi... ma puoi adattarti ad essi» disse una voce proveniente da sottoterra.

«Toxic ha ragione. Se continui così, finirai per autodistruggerti di nuovo. E noi non vogliamo una cosa simile». Accanto a lui c'era Emotional Mask che lo guardava con uno sguardo dolce e comprensivo, a discapito del tono di voce con cui pronunciò quelle frasi.

«Avanti, devi reagire!», Angry Anger svolazzava di fronte a lui, accanto ad Emotional Mask.

"Devi andare avanti" esortò The Knowledge dall'alto della sua saggezza.

«Ukiki ukikiiiii» gridò Mad Mad atterrando sulla spalla di Emotional Mask.

«Non siamo venuti qui per sprecare tempo. Abbiamo combattuto tutti con coraggio e determinazione, tu per primo. Purtroppo abbiamo perso. Capita... Ora non dobbiamo far altro che rimboccarci le maniche e guardare al futuro, con un bel sorriso». Il gruppetto, capitanato da The Leader e formato da Crazy Money, Magic Dream, Butcher e The Scientist, era tutto intorno al ragazzo ed annuiva a quelle parole.

«Avanti, dammi la mano. Alzati da terra ed andiamo insieme incontro al domani». Imagination era davanti a Hero, con il braccio teso verso di lui. Quest'ultimo si era calmato. Singhiozzava ancora, ma almeno aveva placato la sua rabbia. Ci fu un silenzio di qualche secondo, poi il ragazzo esclamò.

«.... Avete ragione. Devo alzarmi e smetterla di piagnucolare. Devo andare avanti. Devo vivere la mia vita. E non importa quante sfide mi riserverà il Destino, io le affronterò. E se anche non dovessi superarle, continuerò ad alzarmi ed a sorridere. E questo solamente grazie a tutti voi»

Hero guardò in faccia i presenti, regalando un meraviglioso sorriso ad ognuno di essi. Si rivolse poi all'uomo che era ancora girato di spalle.

«Beh, anche questa volta hai vinto tu... ma la prossima volta ti daremo ancora più filo da torcere!» disse Hero sorridendo. Si girò di nuovo verso gli altri e disse a gran voce: «Forza ragazzi, andiamo! Verso nuove ed incredibili avventure! Percorriamo la strada per il futuro, insieme. Non fermiamoci. Non allontaniamoci dall'obiettivo. E se anche uno di noi dovesse rimanere indietro, torneremo a prenderlo!». Quelle parole scaldarono gli animi di tutti i presenti che si lasciarono andare ad un'esultanza generale. Improvvisamente, il cammino davanti a loro venne illuminato da una luce.

«Potete ridere e considerarci dei pazzi... ma l'unica strada è quella dell'ostinazione!» disse Hero continuando a tenere un tono di voce elevato.

«Se incontriamo un muro sul nostro cammino, noi lo abbattiamo!» replicò Emotional Mask.

«Se non esiste strada, la costruiamo con queste mani!» continuò Imagination.

I tre si guardarono, poi guardarono gli altri. Tutti fecero un cenno con la testa e, insieme, gridarono

«INSOMMA... CON CHI CREDETE DI AVERE A CHE FARE?!»

L'uomo si lasciò sfuggire un sorriso.

«Ragazzi, non dimenticatelo mai... dovete credere in voi stessi! E non per la fiducia che gli altri ripongono in voi... né tanto meno per quella che voi riponete per gli altri. Dovete fidarvi della parte di voi stessi che crede in se stessa!». con quelle parole, Hero cominciò ad incamminarsi verso quella luce radiosa, con il sorriso sulle labbra, seguito da quelle persone che lui reputava le più importanti in assoluto. Era sereno e determinato. Sapeva che il Destino gli avrebbe remato contro più e più volte, ma sapeva anche che poteva affrontarlo, grazie all'aiuto dei suoi amici. Il gruppo entrò nella luce, facendo perdere pian piano le sue tracce.

A poco a poco la luce svanì, lasciando l'uomo completamente immerso nell'oscurità e nel silenzio più assoluto. Il suo abito scuro lo camuffava perfettamente, era come se nella stanza non ci fosse nessuno. Quel profondo silenzio fu interrotto dal battito di mani di quell'uomo.

«Ottima interpretazione... davvero uno spettacolo senza eguali». Mise una mano nel taschino interno della giacca e ne estrasse qualcosa. Era un frammento di cristallo purissimo, sembrava onice nero, però era più trasparente. «Poi ingannare gli altri con i tuoi sorrisi... ma non me». L'uomo si passò davanti al viso quel pezzo di cristallo. Lo osservava con immensa tristezza.

«Hai perso un pezzo abbastanza grande del tuo cuore, mio caro Hero... indubbiamente più piccolo rispetto all'ultima volta, ma comunque di una grandezza non indifferente. Ciò che mi preoccupa è il fatto che sia più scuro dell'altro... È ancora abbastanza trasparente da poterci vedere attraverso, ma la cosa non mi piace per niente. Troppa oscurità potrebbe essere un problema... dovrò andarci cauto la prossima volta»

L'uomo rimise quel frammento nel taschino interno della giacca.

«Ad ogni modo, lo conserverò con cura... fin quando giungerà il momento adatto. Solo allora potrò riconsegnartelo, insieme all'altro frammento. Ma per ora... lo spettacolo deve continuare. Anche se il tuo cuore si sta rompendo... tu continua a sorridere»

Fece una breve pausa per poi riprendere.

«Ti prometto che tutta questa sofferenza, questi falsi sorrisi, queste illusioni... verranno ripagate. Io ti prometto che potrai fare tua la vera felicità, un giorno. Devi solo avere pazienza...»

Detto questo, l'uomo sparì nel nulla, senza lasciare la benché minima traccia di sè.

domenica 5 marzo 2017

Il divario

Bobby era un bellissimo esemplare di pastore tedesco: pelo lucente e ben curato, zampe forti e robuste, carattere calmo e tranquillo. Un cane fedele e docile. Era però un po' diverso dagli altri cani: non amava giocare, non rincorreva gli animali o interagiva con essi e non procurava nessun tipo di problema. I suoi padroni ne erano molto fieri ed orgogliosi. A lui piaceva molto passeggiare, quindi lo portavano spesso a fare delle lunghe e salutari passeggiate nei posti più disparati: in montagna, in campagna, in riva al mare, al lago, nei boschi...

Un giorno, mentre i suoi padroni stavano facendo un picnic nei boschi, lui si allontanò per esplorare un po' i dintorni. Gli piaceva andarsene in giro da solo, lo rilassava e lo faceva stare più in contatto con la natura. Nel bosco, grazie al suo olfatto, poteva avvertire una miriade di odori diversi. Un odore però lo colpì particolarmente, proveniente da un albero nelle vicinanze. Bobby scrutò quell'albero e vide che, ai suoi piedi, vi erano dei funghi. Si avvicinò per annusarli, ma l'odore che sentiva non proveniva da loro. Improvvisamente una ghianda cadde a terra, a pochi centimetri dal suo muso. Il cane alzò lo sguardo e la vide: era un graziosissimo esemplare femminile di scoiattolo, intenta a raccogliere ghiande. La vista di quel cane la fece sussultare, per questo fece cadere una delle sue ghiande. I due cominciarono a fissarsi senza dire una parola: si creò una strana atmosfera, quasi magica. C'era qualcosa che, in qualche modo, legava quei due animali. Bobby sentiva che quell'odore apparteneva a quello scoiattolo e, per qualche strana ragione, ne rimase ammaliato.

«Bobby, qui bello! Dobbiamo tornare a casa»

I suoi padroni lo stavano chiamando per tornare a casa. Lui, a malincuore, dovette tornare indietro, con la coda tra le zampe e la testa chinata. La piccola scoiattolina lo osservava andarsene e sospirò.

Il giorno seguente Bobby volle uscire e, per la prima volta in vita sua, decise lui dove andare, trascinando letteralmente i suoi due padroni.

«Hey, piano bello! Ma che ti prende? Perché tutta questa foga?»

Quando riconobbero il luogo del picnic del giorno prima, dissero: «Ti piace questo posto? Vorrà dire che ci torneremo più spesso. Adesso va a divertirti!». Slegarono il guinzaglio e Bobby fu libero di correre liberamente per il bosco. Ma il suo obiettivo non era passeggiare: lui voleva rivedere quello scoiattolo. Fiutò la pista e cominciò a percorrerla, arrivando allo stesso albero del giorno prima. Alzò lo sguardo e la vide, sempre intenta a raccogliere le ghiande. Di nuovo, alla vista del possente animale, per lo stupore ne fece cadere una che finì sulla sua testa. Bobby non si scompose minimamente. I due continuarono a fissarsi per un bel po'. Si era creata un'armonia: senza dire o fare nulla, quei due si sentivano bene. Passarono 20 minuti ed era tempo per Bobby di tornare a casa. Anche questa volta, a malincuore, dovette allontanarsi. Quella sera la passò ad ululare, facendo preoccupare i suoi padroni.

«Non si era mai comportato così prima d'ora... cosa gli sarà preso?»

«È sempre stato un cane tranquillo e pacato... ora invece sta combinando il finimondo»

Lo lasciarono comunque fare, pensando che la cosa fosse finita lì. Si sbagliarono. Ogni giorno Bobby voleva andare in quel bosco a passeggiare da solo. Se i due padroni provavano a seguirlo, lui si fermava finché non si allontanavano. Ogni giorni lui passava quei magici 20 minuti in compagnia della sua nuova amica. Quei 20 minuti di pensieri, di emozioni. Ed ogni sera, avveniva il dramma: Bobby che ululava ed abbaiava a perdifiato, generando il malcontento dei suoi padroni e di tutto il vicinato.

«Forse dovremmo portarlo dal veterinario, magari ha qualcosa che non va»

«Se anche la prossima notte farà questo putiferio, allora lo porteremo»

Bobby però non era stupido e capì la situazione. L'indomani sera infatti, non fece alcun rumore: se ne stava nella sua cuccia a cercare di appisolarsi, soffrendo in silenzio.

Il giorno dopo era, come si consueto, con la sua amica e pensava: "Vorrei poterle dire qualcosa, ma ho paura di spaventarla col mio latrato. Vorrei potermi arrampicare su quest'albero ed andare da lei, ma non ne sono in grado. Cosa posso fare?"

Dall'altro canto, la giovane scoiattolina pensava: "Potrei scendere e farci amicizia... e se mi sbranasse? Se non aspettasse altro? In fondo siamo così diversi... È un vero dilemma"

Entrambi quindi non vollero fare la prima mossa, con la paura di rovinare quella bellissima atmosfera che si era creata.

Venne però un brutto giorno in cui i padroni di Bobby dovettero trasferirsi in un'altra città. Lui, ovviamente, dovette andare con loro, senza aver avuto la possibilità di salutare la sua amica. Senza aver avuto la possibilità di dirle quello che provava. Un bizzarro scherzo del destino questo. Bobby soffrì molto per questa decisione non decisa da lui. Pensò molto al modo in cui andarono le cose e si chiese come sarebbero andate se avesse avuto il coraggio di fare il primo passo.

Passarono i mesi e Bobby riuscì a superare l'accaduto. Ma diversi quesiti gli ronzavano sempre in testa: "Cosa sarebbe accaduto se le avessi parlato? Sarebbe fuggita o ci saremmo avvicinati? E se fosse fuggita, non avrei raggiunto lo stesso risultato di adesso?"

I sentimenti sono strani: crediamo di saperli gestire, crediamo anche di sapere dove ci porteranno e come finirà il tutto. Ma la verità è che non si può ragionare con la testa quando ci sono di mezzo loro. Non possiamo sapere di preciso come si evolveranno le cose, cosa ci riservi la vita. Possiamo solo buttarci, seguendo quella forte sensazione che è l'amore. A volte va bene, a volte va male. Ma il responso non è deciso fino all'ultimo.

Si chiamano sentimenti, altrimenti sarebbero stati ragionamenti.